Il risveglio delle colline Piemontesi
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A marzo tornano le api!

Con l’arrivo di marzo, le colline del Piemonte iniziano a scrollarsi di dosso il torpore invernale. Mentre noi mettiamo da parte i cappotti pesanti , la natura mette in scena uno dei suoi spettacoli più vitali: il ritorno delle api. Questo è il momento in cui le colonie si riattivano e le instancabili lavoratrici escono dall’alveare per i primi fondamentali voli di orientamento e raccolta.
Un’eccellenza tra Roero e Biellese
L’Italia è uno stato fortissimo sulla produzione di miele, soprattutto sul tema della biodiversità: parliamo di oltre 60 varietà di miele e una produzione in costante crescita. Il Piemonte poi, con le sue oltre 3.000 tonnellate di miele prodotto all’anno, vanta una tradizione apistica secolare. Dalle zone del Roero a quelle del Biellese, la nostra regione è un mosaico di biodiversità floreale che permette la produzione di mieli di altissima qualità. È un legame profondo quello tra il territorio e gli apicoltori: basti pensare che proprio a Fossano, nel gennaio del 2026, si sono celebrati i 50 anni di Piemonte Miele, a testimonianza di un settore radicato e vitale.
Sebbene marzo segni l’inizio dell’attività frenetica, è bene ricordare che la raccolta vera e propria avverrà più avanti: le grandi celebrazioni regionali seguono infatti altri ritmi, come la celebre Fiera del Miele di Montezemolo che anima l’estate a luglio.
L’importanza dei voli primaverili
Il lavoro che inizia in questi giorni è cruciale per l’agricoltura locale. Spostandosi di fiore in fiore, le api garantiscono l’impollinazione di alberi tipici del paesaggio piemontese e importanti piante da frutto come ciliegi e albicocchi. Senza questo passaggio, la produzione della frutta estiva che tanto amiamo sarebbe a rischio, così come la biodiversità stessa delle nostre colline.

L’uomo delle Api: Karl von Frisch
Uno degli aspetti più affascinanti di questo ritorno è la cosiddetta danza a otto, o waggle dance. Spesso confusa erroneamente con una “danza dell’impollinazione”, si tratta in realtà di un sofisticato sistema di comunicazione scoperto dall’etologo Karl von Frisch, scoperta che gli valse il premio Nobel nel 1973.
La danza serve a reclutare operaie per fonti di cibo, acqua o nuovi nidi, indicando qualità e posizione precisa. Per distanze brevi (meno di 100m), prevale la danza circolare, uno stile più semplice; oltre i 100 metri di distanza, la waggle completa. La scoperta, avvenuta gradualmente dopo decenni di ricerche su questi animali, non fu però l’unica: von Frisch fu il primo a intuire come le api fossero in grado di riconoscere i colori e capì anche come le api fossero in grado di percepire la luce polarizzata, capacità fondamentale per potersi orientare nelle giornate nuvolose.

La Danza a Otto: Altro che “Google Maps”!
Un’ape esploratrice, tornando all’alveare con nettare o polline, esegue questa danza sul favo: traccia una figura a otto con una fase centrale rettilinea e fasi circolari di ritorno. Durante l’oscillazione, produce vibrazioni (230-300 Hz) che attirano le compagne, trasmesse attraverso il favo. L’angolo della fase dritta rispetto alla verticale (riferimento gravitazionale) indica la direzione rispetto al sole; la durata e la velocità codificano la distanza. Più l’ape è entusiasta del luogo, più velocemente eseguirà la danza, in modo da attirare l’attenzione delle api che la osservano e cercare di convincerle.
Recenti studi mostrano che è appresa socialmente: le api giovani osservano quelle esperte per perfezionarla.
Le giovani bottinatrici iniziano a osservare le danze delle veterane intorno agli 8 giorni di vita, affinando i movimenti prima del loro primo volo orientativo (circa 12 giorni). Uno studio del 2023 dell’Università della California San Diego ha dimostrato che api isolate, senza modelli da seguire, eseguono danze imprecise: angoli errati, distanze mal codificate e traiettorie disordinate. Anche se innate, le abilità si perfezionano socialmente, creando “dialetti” specifici per colonia o specie, mantenuti per i 30-40 giorni di vita operaia.
Un assaggio di Meraviglia
Sostenere le api significa anche valorizzare i prodotti del territorio. Grazie alle arnie ospitate direttamente all’interno del Parco delle Meraviglie, è possibile toccare con mano (e con il palato) il frutto di questo incredibile lavoro.
Il “Miele delle Meraviglie”, produzione esclusiva e limitata, non si trova nella grande distribuzione: è un tesoro custodito che potrete scoprire e acquistare solo presso l’Enoteca delle Distillerie. Un modo dolcissimo per portare a casa un pezzetto di primavera piemontese.

Fonti
https://www.apicoltoremoderno.it/scoperto-nuovo-comportamento-sociale-delle-api-la-waggle-dance/
https://www.stoccolmaaroma.it/karl-von-frisch-nobel-salvato-api-danzanti/
Von Frisch, K. (2012). Il linguaggio delle api (G. Celli & A. Cristiani, Trad.). Bollati Boringhieri.
Golosaria2025
Golosaria 2025: here we are!
Torniamo alla storica kermesse dell'agroalimentare italiano dal 01 novembre al 03 novembre

L’appuntamento con il gusto è qui!
Dopo qualche anno di assenza, torniamo a Golosaria. la grande fiera di ciò che è buono e bello. Oltre ai numerosissimi produttori in area food, le 150 cantine selezionate da Paolo Massobrio e Paolo Gatti in area wine, il banco d’assaggio con 150 etichette uniche e l’area street con street food di qualità altissima e birrifici artigianali, un ricco calendario di eventi, show cooking e degustazioni.
Ci vediamo a Fiera Milano Rho, dall’01 al 03 novembre, padiglione 1, stand 122!
Roero Segreto
Roero Segreto - Misteri al Castello
Un viaggio nei misteri del Castello di Monteu Roero

Domenica 19 ottobre, il Castello di Monteu Roero apre le sue porte per un appuntamento unico dedicato al mistero, alla storia e alla scoperta: “Roero Segreto – Misteri al Castello”. Un’occasione per esplorare i sotterranei e gli ambienti più nascosti del maniero, tra leggende, arte e suggestioni notturne.
Dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17, le visite guidate gratuite condurranno i visitatori alla scoperta del patrimonio sotterraneo del castello, dei crotin, delle chiese e delle confraternite che raccontano secoli di storia del territorio. A rendere l’atmosfera ancora più evocativa saranno le danze ispirate alle corti dei grandi imperatori, interpretate dalla ballerina Anbar.
La giornata proseguirà alle 17.30 con la presentazione del libro Gemmadora di Paola Gula, a cura di AMAR, seguita da un momento conviviale: un aperi-birra in collaborazione con 12100Beers’Hop di Cuneo.
L’offerta minima per la partecipazione è di 12 euro e la prenotazione è obbligatoria.
Domenica 19 ottobre 2025
Castello di Monteu Roero (CN)Info e prenotazioni:
Tel. 333 7678652 / 347 0587825
E-mail: belmonteu@libero.it
Sito: www.belmonteu.itAccesso esclusivamente pedonale. Ingresso gratuito per i minori di 6 anni.
Bibenda 2026: Tre grappe sul tetto d'Italia!
Un nuovo importante traguardo: tre delle nostre grappe hanno ottenuto i Cinque Grappoli – Grappa Eccellente d’Italia nella guida Bibenda 2026. Questo riconoscimento rappresenta il livello più alto della qualità italiana nel mondo della grappa e premia un percorso fatto di esperienza, ricerca e dedizione. Per noi significa confermare, ancora una volta, che il rispetto per la materia prima, il lavoro artigiano e la cura del dettaglio sono la strada giusta per creare distillati capaci di emozionare.
Le grappe premiate sono:
- Grappa Invecchiata Selezione del Fondatore Paolo Berta 2005
- Grappa Amarone Ròndena Riserva
- Grappa Invecchiata Tre Soli Tre 2017
Segnocolore - VENTIVENTI alle Distillerie
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Arte, territorio e grappa

Il 19 settembre, dalle 18.00 alle 20.00, Distilleria Berta inaugura la mostra Segnocolore – VENTIVENTI di Massimo Ricci, ospitata nel Salone delle Degustazioni.
Per l’artista, Segnocolore rappresenta la sintesi di un percorso che lo accompagna da sempre: un segno che diventa scrittura dell’immagine, sostituzione visiva delle parole attraverso il colore. Nei suoi lavori rimane il richiamo al reale, alle forme naturali del paesaggio e alle figure, insieme al senso di appartenenza a quelle realtà. Ma ciò che prevale è il segnocolore stesso, a volte impaziente e autonomo, altre più aderente e disciplinato, sempre con l’intenzione di trasmettere un messaggio di sincerità assoluta.
Con Segnocolore – VENTIVENTI, arte e distillazione si incontrano ancora una volta, dando vita a un racconto che unisce emozione, appartenenza e memoria.
👉 Vi aspettiamo il 19 settembre alle 18.00 per brindare insieme all’apertura della mostra!
Per info: +39 0141 739528 oppure info@distillerieberta.it
Piemonte Grappa, alla corte dell'Alambicco 2025
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L'appuntamento ricorrente più atteso dell'autunno è qui

Ritorna l’appuntamento con Piemonte Grappa – Alla Corte dell’Alambicco, una giornata dedicata al mondo della distillazione e allo stile italiano.
Tre gli orari delle visite guidate gratuite e senza prenotazione: 10.30 – 15.00 – 16.30.
Durante tutta la giornata sarà possibile visitare liberamente il Museo Berta e la mostra Segnocolore – VENTIVENTI di Massimo Ricci, un percorso artistico che intreccia colore, materia e memoria del territorio.
Un invito a scoprire la grappa e le sue storie, tra arte, cultura e degustazioni.
Porte Aperte in Cantina- Con Lovelanghe
Porte Aperte in Cantina!
Una giornata di visite guidate, degustazioni e cultura con LoveLanghe!

Scoprire le Distillerie non è mai stato così facile.
Il 20 e 21 settembre tornano le porte delle Distillerie sono aperte: visite guidate con degustazione gratuite, senza prenotazione, nei due orari 10.00 e 15.30.
Oltre alla scoperta delle cantine e dei segreti della distillazione, sarà possibile visitare liberamente il Museo Berta, recentemente rinnovato, e la mostra Segnocolore VENTIVENTI dell’artista Massimo Ricci, un percorso tra materia e colore che dialoga con gli spazi della distilleria.
Un’occasione per vivere insieme storia, arte e spirito del nostro territorio.
Per info, chiama il +39 0141739528 oppure scrivi a info@distillerieberta.it!
Giornate del Patrimonio Culturale a Monteu Roero
Giornate del Patrimonio Culturale a Monteu Roero
Tornano gli appuntamenti del calendario autunnale di Monteu Roero!

Sabato 20 settembre Monteu Roero celebra il suo patrimonio con una giornata speciale dedicata alla cultura e alla memoria storica del territorio.
Alle 16.30, al Castello di Monteu Roero, sarà inaugurato il restauro dell’affresco Il mito di Fetonte di Sebastiano Taricco, a cura della ditta Consolidarte. Un’opera che torna a splendere in uno dei luoghi più affascinanti del Roero, riportato in vita dalla famiglia Berta e oggi aperto a visite, mostre ed eventi. A seguire, un aperitivo nel segno della convivialità.
La serata prosegue alle 21.00 presso la Confraternita di San Bernardino con Abitare il Piemontese di Paolo Tibaldi.
Un’occasione per vivere il Castello, conoscere da vicino le radici di questo borgo e riscoprire il valore della cultura come bene condiviso.
Ingresso libero a entrambi gli appuntamenti, per info e prenotazioni si può chiamare il 333 7678652 o il 347 0587825 oppure scrivere a belmonteu@libero.it.
Pavese Festival 2024
Pavese Festival 2024
Un bicchiere con Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Pavese e anima del festival

Il Pavese Festival sta per iniziare: per una settimana, da lunedì 2 settembre a lunedì 9 settembre, Santo Stefano Belbo ospiterà talk, esibizioni, reading, con partecipazioni del calibro di Vera Gheno, Neri Marcoré, Stefano Nazzi, Pablo Trincia.
Abbiamo conosciuto l’uomo dietro il Pavese Festival, Pierluigi Vaccaneo, un paio di anni fa, grazie a un’amica comune e a quella particolare serie di circostanze fortunate che si creano nelle provincie dove bene o male ci si conosce tutti di fama e basta solo trovarsi nello stesso luogo e stringersi la mano per suggellare l’incontro. Da quel giorno di chiacchierate se ne sono fatte parecchie, quindi, perché non metterne una per iscritto?
L’inizio del legame di Pierluigi Vaccaneo con l’attività di Cesare Pavese risale al 2001, quando si laurea con una tesi sulla psicologia e antropologia nell’opera e nell’attività culturale dello scrittore; da quel momento in poi, i due non si sono più (metaforicamente) lasciati. Iniziando come tuttofare nell’organizzazione del Festival Pavese, lavora poi nella Fondazione Pavese, di cui oggi è Direttore, fin dalla sua nascita, tra il 2004 e il 2006. Nel 2016 fonda con altri soci Twitteratura, startup che oggi è un app di Social Reading diffusa in tutta Italia. A tutto questo si associa l’attività di insegnante di comunicazione ed organizzazione eventi presso l’ITS e una collaborazione con Treccani Academy dove insegna sempre come si costruisce e organizza un evento culturale.
Tutte le foto presenti nell’articolo sono di Eunice Brovida, che ringraziamo.
Da dove nasce l’idea del Festival Pavese e come questa idea si è evoluta e sviluppata negli anni?
Il Festival nasce 24 anni fa dall’idea di dedicare un momento di arte, spettacolo e cultura al maggior autore di Santo Stefano Belbo; all’epoca la Fondazione Pavese non esisteva e quindi il Festival si proponeva di creare eventi che potessero raccontare l’attività di Cesare Pavese distaccandosi dai contesti più accademici e specialistici. Oggi il Festival ha un’identità molto diversa dall’inizio: la rassegna vuole essere un modo di tradurre il messaggio pavesiano in una chiave moderna, con mezzi, arti e linguaggi propri del tempo attuale.
Un altro punto importante è la sempre maggiore partecipazione della cittadinanza: il Festival Pavese non deve essere per i cittadini di Santo Stefano Belbo ma dei cittadini di Santo Stefano Belbo. Solo così il paese potrà diventare davvero una destinazione culturale e anche un luogo dove la cultura crea unione partecipata e comunità tra i cittadini. D’altronde l’importanza della cultura come ponte di unione si è ben vista dopo la pandemia, quando gli eventi culturali sono stati l’unico modo per trovarsi uniti insieme in una piazza.
Un festival culturale non deve essere fine a sé stesso ma un’occasione per riattivare la partecipazione della cittadinanza, esprimere l’identità del luogo che lo ospita, e soprattutto per accogliere, creare una piazza di scambio, di dialogo e di crescita tramite la cultura. In questo modo il festival lascia qualcosa sia al paese che lo ospita, sia a chi questo paese lo incontra, lo scopre e tornando a casa si porta con sé un pezzettino in più verso un percorso di crescita.

Vivere senza scrivere non vivo: un titolo viscerale, intenso, oserei dire quasi disperato, che sottolinea un legame indissolubile con la scrittura. Quale spazio occupa secondo te nel panorama odierno e quotidiano la scrittura – e quale spazio e ruolo hanno oggi gli scrittori?
Il tema di quest’anno è molto forte: vogliamo sottolineare con questo titolo che Pavese è stato scrittore in ogni momento della sua vita e non solo quando scriveva romanzi, racconti, poesie – lui era scrittore anche quando scriveva lettere private, alle persone che amava, dove quasi lo scrittore dominava sull’uomo.
Se vogliamo questo è ciò che Pavese che alla fine della sua vita ha pagato; tutta la sua produzione ruota proprio attorno a questo nodo a cui lui cerca di dare una soluzione, ovvero quanto l’essere umano Pavese riesca ad emergere sullo scrittore Pavese. Per tutta la vita Pavese ha costruito la sua identità per essere scrittore e per riuscirci ha sacrificato tanto della parte umana del suo percorso esistenziale.
Nel 1950, dopo aver vinto il Premio Strega, Pavese scrive nel suo diario “dunque nel mio mestiere sono re”; e poche righe dopo aggiunge “cosa manca a questo successo? Il sangue, la carne, la vita”, ovvero tutto quello che lui ha sacrificato per diventare scrittore.
Noi lettori di Pavese, a più di settant’anni dalla sua scomparsa, troviamo questa sua componente umana nei suoi personaggi; il passaggio da fare oggi è di riuscire a distaccarci dal filtro del suo suicidio, che per troppi anni ha condizionato il modo di leggere le sue opere. Mettendo tra parentesi questo seppur tragico gesto e concentrandoci sulle sue parole troviamo l’umanità di Pavese nei suoi personaggi, ragazzi adolescenti alla ricerca della vita adulta e del passaggio iniziatico verso la maturità.
Il punto non è tanto l’età anagrafica ma la maturità, e i personaggi di Pavese questo passaggio lo compiono: il bello è vedere come costruiscono il loro percorso esistenziale. I suoi personaggi sono un’espressione di vita, laddove Pavese ci è sempre stato presentato con un’ombra di morte.
Pavese in realtà ci insegna ad amare la vita, lui che tanto l’ha amata e che purtroppo non è riuscito a coglierla appieno. Ce lo insegna tramite la scrittura, ancora oggi veicolo fondamentale nella ricerca di noi stessi.
Oggi da una parte si scrive troppo, spesso con il solo fine dell’occasione editoriale – anche il self-publishing ci dà l’illusione di “essere tutti un po’ scrittori” quando lo scrivere è un’attività quasi sacra. Dall’altra, nella maggior parte dei casi, si smette di scrivere dopo le scuole e ci si limita alla scrittura per così dire tecnica, quando scrivere in realtà ci aiuta a pensare. È un allenamento continuo: pensando meglio siamo migliori lettori e leggendo meglio siamo migliori scrittori.
Senza voler paragonare la scrittura quotidiana a quella dei grandi autori, che si costruisce con un lavoro quotidiano di sangue, anima, anche grande dolore, in generale quando vedo un testo mal scritto mi dà una brutta sensazione; un testo scritto male mi fa pensare che chi l’ha scritto pensa male, quindi secondo me un corretto esercizio alla scrittura è fondamentale per noi e il nostro pensiero.

Non solo scrittura, anche podcast: quest’anno il Festival Pavese ospita i talk di alcuni dei pesi massimi del panorama podcast italiano – Stefano Nazzi e Pablo Trincia – e anche la Fondazione Pavese presenta la seconda stagione di Era Sempre Festa, il vostro podcast realizzato con Chora Media. Come vi siete avvicinati al mondo del podcast – e cosa ne pensi di questo strumento?
Quest’anno abbiamo dedicato molto spazio al podcast, anche visto il successo della prima stagione del podcast Era Sempre Festa, che ha riscosso ottimi risultati soprattutto in una fascia per noi sempre un po’ ostica, ovvero 25-40 anni. La prima stagione si è focalizzata su cinque opere – La Luna e i Falò, Paesi Tuoi e la trilogia de La Bella Estate – guardando l’opera di Pavese attraverso i suoi personaggi e in compagnia di vari ospiti che ci hanno raccontato il loro rapporto con quei romanzi.
Durante il festival succederanno due cose: la prima è che presenteremo la seconda stagione di Era Sempre Festa, dedicata quest’anno a Il Carcere, La Casa in Collina, Fuoco Grande, La Spiaggia e il Compagno, con grandi ospiti che racconteranno il loro rapporto con questi volumi e con la voce narrante di Malika Ayane – Neri Marcorè, voce narrante della scorsa edizione, qui racconterà il suo rapporto con Corrado de la Casa in Collina. La seconda sarà, dal 9 all’11 settembre, l’Academy con Chora Media. Abbiamo selezionato dieci studenti da tutta Italia che parteciperanno all’Academy per sviluppare un’idea per un podcast dedicato a Dialoghi con Leucò. Il progetto migliore diventerà l’undicesima puntata, che concluderà questo percorso su Pavese.
Da sempre la Fondazione Pavese ha sperimentato con i nuovi linguaggi, dall’avvento di Internet e dei social media abbiamo creato un progetto di Social Reading, chiamato Twitteratura, dove leggevamo Pavese sui social network e oggi il canale più caldo per la divulgazione culturale è proprio il podcast.
Il podcast troverà grande spazio nel Festival, non solo per Era Sempre Festa ma anche per la presenza di Nazzi e Trincia, due nomi di rilievo nel podcasting nazionale, due autori che fanno un lavoro quotidiano di divulgazione su diverse tematiche per i cui talk ci aspettiamo una grande risonanza e affluenza.

Parliamo del premio Pavese, la cui consegna sarà l’8 settembre: il parterre di premiati è di tutto rispetto, con dei veri pezzi da 90 nelle singole aree. Qual è il filo conduttore che li unisce?
Il Premio Pavese è sotto gestione della Fondazione dal 2019: in questi anni abbiamo sperimentato diverse formule per far sì che potesse raggiungere un numero sempre più largo di appassionati e interessati. Quest’anno abbiamo grandissimi nomi, dell’editoria, della narrativa, della saggistica, della poesia, della traduzione.
L’idea è proprio di identificare persone che si siano distinte nei campi in cui Pavese ha adoperato – Pavese non è stato solo un grande scrittore ma anche un grande poeta, un grande saggista, un grande editore. Ricordiamo quello che ha fatto con la casa editrice Einaudi, importando moltissima letteratura dall’estero, sia narrativa americana sia saggistica – i testi di Freud e Jung per esempio.
Portiamo alla luce quindi tutte le diverse anime che hanno contraddistinto la figura di Pavese selezionando ogni anno tramite una giuria di assoluto livello persone di assoluto spicco nei relativi settori.
Prospettive future: come proseguirà l’avventura Pavesiana?
L’attività non si esaurisce mai e siamo già al lavoro per la prossima edizione; abbiamo una grande novità nella formula che verrà annunciata alla fine del Festival di quest’anno, quindi per ora niente spoiler! Tralaltro quest’anno il festival ha avuto vari spin-off, uno dei prossimi sarà il 16 settembre al Gabinetto Viesseux dove presenteremo alcune carte pavesiane che si collegano alla mostra che presenteremo a Santo Stefano durante il Festival.
Le altre attività riguarderanno l’accoglienza dei visitatori nei luoghi pavesiani, con numeri che stanno superando ampiamente le presenze del 2023, gli incontri del ciclo Tra le Righe, dove portiamo grandi autori a presentare i loro libri alla biblioteca civica di Santo Stefano Belbo, e la seconda edizione dell’Academy con Chora Media, supportata da CRC Innova e focalizzata su progetti innovativi dedicati a target giovani.
A questo punto, lasciamo Pierluigi agli ultimi ritocchi prima della partenza del Festival: appuntamento a Santo Stefano Belbo, dal 2 settembre al 9 settembre!
Perché il Monferrato si chiama così? Storia di un nome misterioso
Perché il Monferrato si chiama così? Storia di un nome misterioso
Monferrato, una terra di vino, cibo e…misteri. A partire dal suo nome.

Quando pensiamo al Monferrato pensiamo al buon vino, ai ravioli con il sugo di arrosto, ai flan di verdura di stagione…ma questa verdissima area del Piemonte non è solo questo: è anche una terra antica, di misteri e di leggende. E già potevamo immaginarlo partendo dal suo nome, un nome austero, che già ci ricorda un po’ le alture Piemontesi.
La sua apertura iniziale in Mon, che ci riporta ai monti e alle colline, insomma a qualcosa che sta sopra il mare e la pianura; la sua seconda parte, Ferrato, ci ricorda qualcosa di duro, resistente, forgiato dal sudore e dalla fatica. Qualcosa di molto simile a questa terra e ai suoi abitanti insomma: persone determinate e operose, che ogni giorno lavorano per rendere il posto in cui vivono un po’ più bello.
Ma qual è il significato originario di questa parola?
La Leggenda di Aleramo
La prima forma possibile riconduce Monferrato ai termini Mun, mattone, e frà, ferrato: il riferimento è al mitico Aleramo, leggendario cavaliere che diede origine a questo territorio. Infatti, l’imperatore Ottone prospettò una sfida ad Aleramo: avrebbe avuto a disposizione tanta terra quanta fosse riuscito a percorrere a cavallo in tre giorni. Purtroppo, non aveva a disposizione molti attrezzi per ferrare il suo cavallo: decise così di ferrarlo con un mattone. Bella storia, vero? Probabilmente, però, è solo una leggenda.


Dal ferro al farro
La seconda versione vuole il Monferrato non tanto legato al ferro, quanto al mondo delle coltivazioni: Mons Ferax in latino rimanda infatti ad un luogo coltivato. Che quest’area del Piemonte sia estremamente fertile è in effetti questione nota da tempo: quello che è meno noto, forse, è che un tempo più che vite qui si coltivasse il farro. Un’altra versione del nome, mons pharratus, sembra significare proprio “monte coperto di farro”.
Tornando al ferro
Camminando tra le nostre colline, può capitare di vedere delle profonde venature rossastre/aranciate nella roccia; sono proprio delle venature di ferro, di cui il terreno del Monferrato abbonda. Pare che un tempo questa zona fosse ricca di cave, tanto da ospitare molte botteghe di fabbri e punti di estrazione: da qui, l’idea dell’etimologia in [monte] ricco di ferro. Proprio alla terra e alle sue caratteristiche si lega un’altra interpretazione, secondo cui il nome Monferrato deriva da ferretto, un tipo di terreno tipico delle zone moreniche e alluvionali.


E se non fosse latino?
Che si parli di farro o di ferro, fino ad ora abbiamo parlato molto latino, o al massimo piemontese; esiste la possibilità però che questo nome arrivi da un pochino più lontano. Si parla infatti di una possibile derivazione longobarda o tedesca: in particolare, nel primo caso, Monferrato sarebbe una fusione tra il latino Mons e il longobardo fara. In questo caso Monferrato vorrebbe dire “Monte dei barbari”, facendo riferimento proprio ai loro villaggi: comunità di poche famiglie che creavano piccoli ecosistemi autonomi. Le fara erano proprio questi insediamenti indipendenti: all’interno della fara, la solidarietà era pressochè totale. All’esterno, ogni villaggio badava a sé stesso.
Dalla lingua tedesca e germanica sembra provenire anche un’altra ipotesi, che si ricollega alla stirpe di Aleramo ma senza essere così poetica come la leggenda. Infatti, il paese natale di questa casata si chiama Aysemberg: letteralmente, monte ferrato.

Tante versioni, un’unica certezza
Per scoprire il significato della parola Monferrato ci siamo spinti indietro nel tempo e nello spazio, appellandoci anche alle leggende, ma abbiamo una sola certezza: per ora, sebbene alcune ipotesi siano più accreditate di altre, nessuna si è imposta definitivamente sulle altre. È un peccato perché forse non sapremo mai davvero la verità, ma consoliamoci: è così bello poter viaggiare con la fantasia e decidere di credere alla versione che preferiamo…








